Racconto di viaggio al “Festival de Almada”

Tommaso Chimenti in Gagarin 21 Julho 2025 | notícia online

LISBONA – Tornare ad Almada è sempre un tuffo al cuore anche se i murales del lungomare dove il Tago si mischia con l’Atlantico, che guardano il Ponte XXV Aprile di ferro rosso, sono stati spazzati via dalle ruspe. Il sapore è sempre autentico tra il bacalhau e i pastel de nata e questa brezza che arriva dal mare che di giorno rigenera e che la sera fa piacevolmente rabbrividire rinfrescandoci. Il Christo Rei invece è sempre saldo con le braccia spalancate come le tre grandi mani, nella piazza erbosa nel parco sotto al Forum, che spuntano nere e arrugginite dal terreno protese verso il cielo. Un piccolo mondo antico in lenta trasformazione che guarda la gigantesca Lisbona che si spande sulla costa. Perché Lisbona è soffio, è coraggio, è apertura, è sole, è vicinanza, è il tremolio del caldo che opacizza la vista e rende le cose magiche, alchemiche, di sogno, di tetti porpora di case, di guglie e tuk tuk, di sanpietrini a ciottolare, di colori a frastagliare, di tutto questo verde e questo rosso, di questa ginjinha che scorre sottopelle, di questo bianco abbacinante che si immerge nelle onde. Degli spettacoli inseriti nel programma della 42esima edizione dello storico Festival de Almada che abbiamo avuto la possibilità e la fortuna di poter vedere, scelti dal direttore artistico Rodrigo Francisco, ne abbiamo selezionati tre, uno portoghese, uno spagnolo e uno francese, a sottolineare la grande internazionalità di questa rassegna dal sapore mondiale dove si cena tutti assieme immersi nel quartiere tra i palazzi, nel cortile della scuola mentre musiche da tutto il mondo suonano melodie e accordi e arpeggi ogni sera differenti che si mischiano con il frango o la sopa, o le immancabili e gustose sardinha. L’atmosfera è rilassata mentre ci sediamo sulle sedie classiche da scuola elementare, ed è un tornare piacevolmente e nostalgicamente al passato, mentre guardiamo il grande teatro, intitolato a Joaquim Benite, che sembra il fondo a mosaico azzurro di una piscina che invece che in profondità si esprime e si esalta in altezza. Parleremo della produzione della Companhia de Teatro de Almada (che organizza il festival) dal titolo Um adeus mais-que-perfeito (tratto dal romanzo del Premio Nobel Peter Handke), scriveremo dei transalpini dei Le Galacktic Ensemble con il loro variopinto e fisico Zugzwang e infine descriveremo il castigliano El mar – vision de unos ninos que no lo han visto nunca, a cura di Alberto Conejero, spettacolo che ha vinto il premio come migliore proposta di questa annata almadense e che tornerà l’anno prossimo nella 43esima edizione.

Per quanto riguarda Um adeus, traduzione un addio più che perfetto, più che del contenuto autobiografico di Handke (questo è il suo lavoro più conosciuto) dove racconta del grande trauma per il suicidio della madre cercheremo qui di analizzare la messinscena (a cura di Teresa Gafeira) che ha apportato nuovi significati e strutturato, sedimentandoli, una nuova drammaturgia alle parole dell’autore in una stratificazione di senso che è andata per somma ed esponenzialmente. Innanzitutto il protagonista che viene diviso, o se vogliamo moltiplicato, per due, come fossero l’Io e il Sé (Duarte Guimaraes e Pedro Walter), l’autore e la sua coscienza, l’uno e il suo doppio allo specchio, che si muovono, si parlano, si confrontano, discutono, si animano in un dialogo fitto e schietto. I due (stessa corporatura, simile età, vestiti in maniera uguale) sono separati da un passaggio centrale dove il parquet di questa casa è stato divelto lasciando il pavimento a destra e sinistra ma rendendo visibile quello che a prima vista sembra, metaforicamente il suicidio della genitrice, essere stata una vera e propria bomba, catastrofe, cataclisma nella vita del figlio, lasciando ceneri e distruzione lampante e tangibile, visibile e materiale. La deflagrazione ha anche distrutto i vetri delle due pareti o separè che sono rimaste scheletrite ma senza la protezione né il riparo del vetro, il vetro che copre dal freddo e che fa passare la luce, come solo può esserlo una madre. Le due pareti sembrano uguali ma non lo sono: quella di sinistra ha meno file di vetri rotti ed è più spostata in avanti come a identificare la madre, che avrebbe voluto studiare ma che non ha potuto, e il figlio, prodotto della sua fatica e perseveranza. Madre che, effetto non sappiamo quanto voluto questo, con i chiaroscuri delle luci laterali, diventa un cadavere che staziona sotto il video, formato da un sasso al posto della testa, due ciuffi d’erba che spuntano dal terreno al posto delle mani, quasi a cercare aiuto, un corpo di terriccio e una gonna di pietra a rappresentare quel peso, dell’anima ed economico, che l’ha attraversata e che l’ha portata sul fondo, impercettibile ritratto che ci ha portato direttamente all’Ofelia annegata nell’acqua di San Giovanni ritratta nell’iconico quadro ottocentesco di John Everett Millais. Ci siamo chiesti però il perché delle musiche di stampo statunitense che cozzano con una narrazione prima austriaca e successivamente berlinese. Nelle proiezioni sul fondale passano video naturalistici con paesaggi tanto sereni quanto inquietanti: alberi spazzati dal vento, da questa tempesta emotiva e sentimentale, interiore e viscerale, un bosco, mentre in basso piccole luci da varietà friggono in contrapposizione (l’arte che sublima anche le brutture dell’esistenza e ne fa mostra e spettacolo) al tema portante e centrale ovvero la tragica dipartita. Lo sdoppiamento, immerso in questo abisso bianco e nero, ci consegna una piece delicata quanto enigmatica che ci lascia tante domande aperte e ci fa continuare a pensare, a ragionare, a rincorrere significati ben oltre la chiusura del sipario.

Da un teatro concettuale e intimista all’esatto contrario, un teatro fisico di scorribande, rincorse, lotte, dove regna il caos e il panico più del pensiero: Zugzwang è quel termine che fotografa negli scacchi quel momento nel quale un giocatore deve muovere forzatamente una pedina ma facendo questa mossa lo porterà alla sconfitta. Praticamente un Finale di partita che aveva delineato meglio un certo Samuel Beckett. Il titolo pare marinettiano e futurista e già da questo capiamo cosa accadrà sul palco: acrobazie, giravolte, lanci, salti, colpi. In una casa che fagocita in maniera infernale, dove il quadro e la lampada e l’alberello si muovono come posseduti da presenze aliene e invisibili, pare che gli oggetti (quasi fossimo dentro Fantasia della Disney) abbiano un’anima e una coscienza e una volontà d’azione, ecco infatti l’uomo-tenda, l’uomo-carta da parati, l’uomo-frange, l’uomo-quadro, l’uomo-cervo impagliato. Tutto trema in questo delirio organizzato, in questo caravanserraglio senza senso ma dinamico e piroettante dove l’ordine ultimo è quello di sfasciare tutto tra rumori di terremoto, bufera e tempesta, come dopo un bombardamento russo sui poveri e indifesi civili ucraini. Il tutto ci ha ricordato, ma con minore veemenza e padronanza della scena e certamente meno contenuti coinvolgenti, il Casa di bambola ibseniano della compagnia norvegese Vegard Vinge/Ida Müller (che vedemmo al Teatro Studio di Scandicci all’interno di Intercity Festival) dove letteralmente un gruppo rock suonava e distruggeva la Casa fin quando anche l’ultimo spettatore non se ne fosse andato. Parafrasando Eduardo: la casa non ruba, nasconde, ma qui invece mangia, digerisce, divora, morde come se fossimo dentro uno di quei film horror tipo La Casa di Sam Raimi. Le stanze sono semoventi e adesso il manipolo si è trasformato in una ciurma di architetti e ingegneri e muratori e operai. Resta il fatto che qui siamo stati di fronte a poco teatro, a poco circo e a poca performance con poco senso drammaturgico se non una confusione ilare e fanciullesca, se non infantile, che stona e si annacqua. Sul finale questi personaggi adesso in bianco, quasi angelici, come se fossero stati uccisi dalla casa e adesso fossero stati restituiti al mondo in forma di presenze alate, si lanciano da uno scivolo pericoloso (che ci ha ricordato una sorta di Torre Eiffel, dopotutto il gruppo è francese) che non aggiunge niente al contenuto.

E arriviamo al toccante El mar dove un narratore empatico e un tecnico-attrezzista-movimentatore agitano la scena con commozione, partecipazione, senso della comunità. Perché vanno a toccare le corde leggere e ancestrali dei buoni maestri, di quelli che possono cambiarti la vita con una battuta, con il tono della voce accogliente, con quella lavagna piena di appunti pieni di passione e voglia di comunicare il sapere, prendendoti per mano e facendoti vedere la bellezza della cultura. Siamo alla fine degli anni ’30 prima dell’avvento del Franchismo e un giovane docente sviluppa un suo metodo di lavoro e di insegnamento soprattutto per i figli di quelle famiglie che non possono permettersi un’educazione e un’istruzione. E dentro l’impasto di questo El mar c’è il conflitto, la guerra e la ferita ma anche i ricordi e la nostalgia e le parole che curano. Le fotografie proiettate che escono da una valigia (da teatro da tavolo: se questo spettacolo fosse stato realizzato con poche persone vicinissimo all’affabulatore e attorno ad un tavolino saremmo tutti scoppiati a piangere), le cartoline arrivate dal fronte ci fanno toccare con mano un’epoca dove non si aveva il diritto di essere ragazzi e dove niente era scontato nemmeno la vita o la morte. Le parole e le mani vanno di pari passo, con dolcezza e tenacia ci portano dentro quegli anni bui dove la cultura e i suoi promotori facevano paura (poteva essere l’Italia di Mussolini, il Portogallo di Salazar o l’Argentina di Videla) fino ad incriminarli, torturarli, condannarli, imprigionarli e infine ucciderli proprio perché davano degli strumenti alle masse contro i soprusi del potere. E sembra di essere lì e sembra che gli ideali di uguaglianza si possano declinare al reale: ecco il giornalino della classe, ecco la luce, l’acqua, le strade rifatte. Ecco, come dice il titolo, che proprio quando il professore avrebbe dovuto portare i suoi piccoli alunni a vedere per la prima volta il mare, il sogno s’interrompe, si spezza, perché il protagonista (la storia è vera) viene prima malmenato e poi chiuso in carcere. Ci è sembrato di sentire echi lontani dai Comizi d’amore di Pasolini e dall’esperienza di Barbiana di Don Milani. La foto originale della classe elementare sommata a un paio di testimonianze di ex bambini, adesso anziani, sono il colpo fatale che ci strappa il cuore, che ci spreme le retine, che ci fa chiudere in un abbraccio, che ci fa sperare che ogni studente trovi sulla sua strada scolastica insegnanti che possano far cambiare il corso delle cose, deviare il destino già scritto di molti di noi.

Visto a Lisbona, Festival de Almada, 4-18 luglio

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